27.4.18

Sei

Sei.
E quest'anno mi lascia in bocca un amaro inspiegabile.
Non so.
Passa e resta.


28.12.17

2017 - 2018

Mi hanno regalato un anello pentagramma e ora devo imparare di nuovo come si scrive la musica perché ho smesso di cantare, di suonare, di essere quella che ero. E mi manca un po’ chi ero: testarda, che cantava sempre e soprattutto felice. Mi manca la mia felicità sai? Quella spontanea, sempre presente, quella gioiosa e viva, quella che sgorga e rende felice anche chi mi sta attorno. Mi vedo grigia ultimamente e no, non è soltanto perché sarebbe ora di andare a fare la tinta. Mi vedo grigia perché mi sto lasciando scorrere lungo il fiume: tengo il timone e la rotta, direziono anche la barca (e già è un passo avanti rispetto a qualche anno fa), ma non guardo più il paesaggio o lo guardo di rado. Non vedo fiorire i Calicantus, non osservo stupita la neve sui monti, non mi lascio parlare dal vento che soffia. Per fortuna non ho smesso di lasciarmi parlare dal mare, ma siamo lontani e il dialogo è breve e non riesce a dirmi tutto, a tirarmi fuori tutto.

Non fraintendere, ho tantissime cose e ne sono conscia: una casa, un frigorifero pieno, un conto con qualche spicciolo, un marito e una figlia che mi amano, una bella famiglia alle spalle, un lavoro e un ambiente di lavoro che amo nonostante tutto… insomma ho tantissime cose, molte più di tante persone che conosco e non. E allora? Allora questo senso di irrisolto che mi leggo addosso potrebbe sembrare quasi sciocco o sbagliato o irriverente verso chi sta male o non ha tutto quello che io posso fregiarmi con orgoglio di avere.

Però c’è. E’ lì che bussa allo specchio sotto forma di quelle macchie che compaiono quando lo stress mi mangia. “and If you don’t feel good, what are you doing it for?” Niente, non sto facendo niente per trasformare questa stasi. E questo anello ci voleva proprio, perché quando ho aperto la sua scatola è stata come una epifania che ho dovuto elaborare e con la quale non ho potuto scendere a compromessi.

Non ho rimpianti per questo 2017: ha dato, ha tolto, alla fine è stato un anno come un altro.

Non chiedo nulla a questo 2018: darà e toglierà, come tutti gli altri anni.

Chiedo qualcosa a me stessa però:

Vivi e lasciati vivere
Ama e lasciati amare
Canta, appena riesci
Suona, se puoi
Abbraccia sempre una volta in più di quello che vorresti
Ringrazia, per ogni giorno in più che ti è stato dato


Spero di tenerlo a mente ogni giorno.

8.3.17

08/03/2017 - Lettera a mia figlia

Oggi è la festa della donna, ma per me resta “l’anniversario del primo giorno che mi hanno fatto una fotografia del tuo musino, bimba mia, dentro il mio pancione”.
Per la prima volta da quando ho compiuto 18 anni non uscirò a “festeggiare”, anche se non siamo mai uscite proprio l’8.
Penso a te, bimba mia, donna che sarai: che donna sarai? Che donne ci saranno attorno a te?
Lavoro in una officina meccanica, sono da due anni l’unica donna.
Ma qui se lo dimenticano.
Ma questa cosa del dimenticarsi che sono donna  anche se a volte è davvero pesante, un po’ mi fa sorridere, perché con la perdita dell’identificazione del “genere”  si perdono anche le discriminazioni. E i privilegi. Ma mica si può avere tutto! (o no?)
Discriminazioni che ho provato sulla mia pelle come tutte le donne, a volte generate dalle donne stesse ed è questo che fa più male!
Che donna sarai? Cerca di essere una che non discrimina.
Cerca di attorniarti di anime belle: ci sono, fidati, in mezzo alla massa giudicante! Cercale! Sono tesori preziosi, fari dentro i dubbi del nostro sesso.
Fai tuo il “panta rei” che ti insegno da quando sei nata (al di là del successo del momento): tutto scorre, e tutto si lava via; ogni parola, ogni torto, ogni persona che non sa amarti, lasciali andare non trattenerli.
Anche se fanno male.
Ma l’acqua salata del mare cura le ferite e le purifica.
Ti lascio con le parole di Pasolini  “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece”.
Splendi sempre, quando c’è il sole e quando c’è la tempesta: sii una donna dal cuore di acciaio e dall’animo buono che si commuove per un fiore che nasce.
Ti voglio bene, la tua mamma
OrsaLè

8 Marzo 2017

10.2.17

Primo dentino

'Spetta, 'spetta, 'spetta...
E' da Ottobre che non scrivo in Taverna?? Ecco perché ci sono tutte queste ragnatele!

Il tempo scorre veloce tra le mie mani, molto di più di quello che pensassi..

Ho un'Orsetta che sta iniziando a leggere da sola, e giornate sempre un po' similari. Fino a ieri, quando ero a casa perché avevo portato dalla pediatra una Orsetta con un inizio di tonsillite; "mamma mi dondola un dente!" Il primo.. E piange lei emozionata. E piango, io che ero in ospedale quando ha iniziato a gattonare e a lavoro quando ha cominciato a camminare. Allora, anche la farmacista che con l'antinfiammatorio per la bimba, ti dà sottolineandolo, un paio di campioni di crema contorno occhi e antirughe, passa decisamente in secondo piano.

Passa in secondo piano la stanchezza, le mani screpolate, le lavatrici da fare.


E affiora solo la bellezza di un amore infinito "Mamma, tu mi vuoi bene oltre il mare? Io ti voglio bene oltre l'oltre!" (che poi, che meravigliosa dichiarazione d'amore è? ).

La bellezza di una bimba che cresce come un giovane virgulto sano.
La bellezza dell'attimo.

19.10.16

di scrittura e di fotografia

Ieri in un lungo post su facebook, il mio amato Cesare Cremonini spiegava come avesse tentato più e più volte di utilizzare i video o la fotografia sotto mille forme per comunicare,

"Ma alla fine, la cosa che mi piace, che mi pare possa poter suscitare qualcosa che vada oltre il nulla, è scrivere. Ovunque si riesca.
Scrivere. È meglio"
Post di Cesare del 17/10/2016

Ho sorriso: una volta avrei detto che aveva ragione e che le parole scritte sovrastano qualsiasi immagine, visiva o uditiva; nell'ultimo anno però sono cambiate tante cose e venire in contatto con persone che esprimono emozioni e vissuti in fotografia mi ha fatta cambiare.

Ognuno ha la sua "lingua" (e non intendo certo l'idioma), quella con cui riesce a comunicare meglio e non c'è un valore assoluto, una che sovrasta in tutto e per tutto le altre.

Di certo ognuno ne ha una che sente più sua per comunicare: io non sarò mai una fotografa eccelsa, ma sto comunque imparando ad apprezzare chi esprime concetti / vissuti / emozioni con la fotografia, come ho imparato ad amare da piccola, chi queste cose le metteva su tela.

Quanto è ampia la sfera della comunicazione! Quanto è bello non restare fossilizzati!


E tu ai sogni ci credi?

"E tu ai sogni ci credi?" Cita una nota pubblicità, da qualche anno.

"Certo, io sì che ci credo ai sogni. Ci credo tantissimo", ha detto l'Orsetta, rispondendo ad alta voce qualche giorno fa, lasciandomi basita.

Basita per la risposta a una domanda che si sente sempre guardando la pubblicità, ma a cui non si da risposta.

Basita per la convinzione con cui ha dato la risposta.

Basita perché mi sono trovata a pensare se io ai sogni ci credo, e ho trovato una risposta dura, come un arido campo desertico in cui passano solo sterpaglie secche portate da un vento troppo forte e troppo freddo.

Che bella la sua età, in cui è più semplice credere ai sogni.
Che triste la mia situazione, in cui la razionalità ha sepolto i sogni sotto strati di asfalto e cemento.

Non è questione di età, ma di stato mentale. Me ne sto sempre più rendendo conto.

E l'Orsetta con le sue zampine piccine, ha scavato nella mia arida terra e ci ha messo un semino. Piccolo piccolo ma forte. E ogni giorno lo annaffia con la sua speranza e la sua fiducia nei sogni.

Chissà che non riesca a tornare a sognare davvero a poco a poco, anche io.



16.9.16

di cori e di cantori

Caro amico/a che leggi la Taverna,
domani sarà un giorno "importante" per me: sarà l'ultima volta che canterò e tu non mi hai mai sentita  cantare, ne mi sentirai mai.

Mi è stato detto "mai dire mai!", ma per me questa è una certezza: domani canterò con IL coro. Quello che mi ha accompagnato per anni, quello che "massì la impariamo subito" "massì inventiamo le seconde voci", quello in cui ho fatto milioni di volte la solista (tirandomela anche un po'), e in cui ho gorgheggiato improbabili e fantastiche seconde voci (tirandomela ancora di più, con fuori i polmoni per sentirmi). Quello con cui abbiamo fatto qualche concerto, preparato a regola d'arte soprani - contralti - tenori.
Quello in cui, ai tempi d'oro, riuscivo a giostrarmi in più di una parte, a seconda delle necessità.

Quello con cui ho portato le chitarre elettriche arpeggiate in chiesa al venerdì santo, e che brividi.
Quello che nei momenti topici aveva il sax come intro.
Quello dei tamburelli per tenere il tempo.

Quello che, al mio di matrimonio, era organo, batteria, chitarre elettriche, tromba e tante magnifiche voci.

Quello che poi, mi sono girata ed eravamo cresciuti.
Quello che quasi tutti abbiamo figliato e abbiamo altri impegni.

Quello che, mi fa male a dirlo, a pensarlo, non tornerà più.
Come del resto la prima giovinezza che diventa ricordo.

Fa male, salutare qualcosa che ti ha dato tanta felicità (tra i ricordi più belli, il concerto fatto una settimana dopo aver scoperto di avere l'Orsetta nella pancia e quello a poche settimane dal termine).

Fa male pensare che, caro amico/a, non potrai mai sentire, davvero, "cosa" eravamo.

Fa male, anche se forse non riesco a fartelo capire.

30.8.16

Il vento ha usato i miei capelli come ordito
e come trama salsedine, sole e sabbia in parti uguali.

Ha sciacquato la mia anima nei gorghi d'acqua salata,
fatto impacchi di alghe alle ferite ancora aperte e doloranti.

Ha aiutato la mia pelle a cambiare colore, per la prima volta in tanti anni.

E con la pelle, altro è mutato, mentre sulla riva del mare di mattina presto, attendevo notizie di cari e amici sparsi per il centro italia, il giorno del terremoto.

E non lo so dire con esattezza, cosa sia successo, ma un mutamento è in atto e non lo so chiamare per nome.