16.9.16

di cori e di cantori

Caro amico/a che leggi la Taverna,
domani sarà un giorno "importante" per me: sarà l'ultima volta che canterò e tu non mi hai mai sentita  cantare, ne mi sentirai mai.

Mi è stato detto "mai dire mai!", ma per me questa è una certezza: domani canterò con IL coro. Quello che mi ha accompagnato per anni, quello che "massì la impariamo subito" "massì inventiamo le seconde voci", quello in cui ho fatto milioni di volte la solista (tirandomela anche un po'), e in cui ho gorgheggiato improbabili e fantastiche seconde voci (tirandomela ancora di più, con fuori i polmoni per sentirmi). Quello con cui abbiamo fatto qualche concerto, preparato a regola d'arte soprani - contralti - tenori.
Quello in cui, ai tempi d'oro, riuscivo a giostrarmi in più di una parte, a seconda delle necessità.

Quello con cui ho portato le chitarre elettriche arpeggiate in chiesa al venerdì santo, e che brividi.
Quello che nei momenti topici aveva il sax come intro.
Quello dei tamburelli per tenere il tempo.

Quello che, al mio di matrimonio, era organo, batteria, chitarre elettriche, tromba e tante magnifiche voci.

Quello che poi, mi sono girata ed eravamo cresciuti.
Quello che quasi tutti abbiamo figliato e abbiamo altri impegni.

Quello che, mi fa male a dirlo, a pensarlo, non tornerà più.
Come del resto la prima giovinezza che diventa ricordo.

Fa male, salutare qualcosa che ti ha dato tanta felicità (tra i ricordi più belli, il concerto fatto una settimana dopo aver scoperto di avere l'Orsetta nella pancia e quello a poche settimane dal termine).

Fa male pensare che, caro amico/a, non potrai mai sentire, davvero, "cosa" eravamo.

Fa male, anche se forse non riesco a fartelo capire.

30.8.16

Il vento ha usato i miei capelli come ordito
e come trama salsedine, sole e sabbia in parti uguali.

Ha sciacquato la mia anima nei gorghi d'acqua salata,
fatto impacchi di alghe alle ferite ancora aperte e doloranti.

Ha aiutato la mia pelle a cambiare colore, per la prima volta in tanti anni.

E con la pelle, altro è mutato, mentre sulla riva del mare di mattina presto, attendevo notizie di cari e amici sparsi per il centro italia, il giorno del terremoto.

E non lo so dire con esattezza, cosa sia successo, ma un mutamento è in atto e non lo so chiamare per nome.


6.8.16

pronti, partenza....

In questi giorni di corse infinite, prima delle ferie lavorative, ho provato spesso a fermarmi e a cercare un confronto con il mio agosto dello scorso anno.

E' stato strano trovare delle analogie: per molti aspetti della mia vita: in questi dodici mesi ho cercato di migliorare, di cambiare, o di accettare quello che non volevo / non potevo cambiare.

Eppure mi sono trovata ancora a certi bivi e ho scelto ancora la stessa strada, che mi ha portata in un vicolo chiuso.

A cosa è valso impegnarsi allora? Se tanto il risultato è stato lo stesso, a cosa è valso mediare, "lavorare" per migliorare, mettersi in gioco? E' valso il viaggio. E' valso tutti i momenti felici che ho avuto, ogni sorriso, ogni risata. Effettivamente impegnarsi è valso, tanto.

Anche se lo sto dicendo seduta dentro una buca profonda del mio umore blues.

Ho corso talmente tanto che anche il mio corpo, questa sera, di fronte alle mie amate montagne e al mio lago del cuore, si è lasciato andare.

Prendere e lasciare andare,
prendere e lasciare andare.

Essere presi e lasciati andare,
essere presi e lasciati andare.

Dodici mesi di equilibri cercati, creati, voluti.

Oggi mi sono stupita ancora una volta dell'emozione dei miei genitori quando li abbraccio: se penso al fatto che non potrei mai rinunciare agli abbracci di mia figlia, se penso che un giorno questa terribile cosa accadrà, spero che anche lei come me rinsavisca e mi circondi di carezze e abbracci come cerco di fare con i miei.

Ho una valigia di fianco alla porta, domani partirò di nuovo.
Potrei avere sei ore di sonno, ma verranno erose dal tempo per svuotare la lavastoviglie e da quello per chiudere casa: ci sarà tempo, per dormire.

Vado a mettere in carica l'anima e il cuore e poi torno.

Basta poco, giusto il tempo di qualche abbraccio.

Vi voglio bene, anche se siete in pochi.
Vi voglio bene e vi faccio una carezza sul viso.

Buone vacanze!

28.6.16

Allora è così che piange un adulto

Alle 07.08 di questa mattina, mia madre ha chiamato per dire che mio zio era morto questa notte.
Il cuore mi diceva di andare a trovarlo domenica, ma il fisico non ha retto. 
Poi gli impegni, hanno preso il sopravvento, ma l'inquietudine è rimasta, dentro.
Come era già successo per mia zia.

E poi in un attimo è andato. 
Stanotte.

Lucido fino alla fine.

Solo che io, complice questa mancanza, all'annuncio telefonico sono scoppiata in un pianto disperato.

Di fronte a mia figlia e a mio marito.

Mi sono seduta sul letto e ho pianto come un vitello, insultandomi per non aver ascoltato ancora una volta quello che insistentemente diceva il mio cuore. 

Mamma quanto ho pianto. 
Un pianto disperato e non certo silenzioso.

E mia figlia, resa edotta da suo padre sull'accaduto ha detto:

"Adesso ho capito. Allora è così che piange un adulto."

Ho cercato di ricompormi, e le ho spiegato i sentimenti che mi giravano dentro ed era giusto che venissero fuori, perché se no  mi avrebbero fatto male.

Mi ha vista ridere, stare male, arrabbiarmi. Piangere effettivamente, non l'avevo mai fatto di fronte a lei. Perché l'idea è che la mamma debba essere roccia, porto sicuro, acciaio che non si spezza. Ma vedere che le mamme possono crollare per poi ricomporsi più solide di prima, sarà un bell'insegnamento lo stesso e me ne sono resa conto solo ora.

Eccolo, il granoturco che lo zio non vedrà maturare.
Ecco il ricordo indelebile di questo giorno, insieme alle parole di mia figlia:

Allora è così,
che piange
un adulto.



17.6.16

Arriva dal lago.
E quando arriva dal lago lo capisci.
Le nuvole sono diverse, il vento è diverso, cambia anche la luce.

In questi giorni di pioggia continua, oggi, arriva dal lago.
Ed è piena di spiriti e folletti agitati, pronti a far scendere il finimondo.

Non vedrà più San Rocco
ne Santo Stefano.
Non vedrà più le vie del centro,
ne la cooperativa agricola.

Non vedrà più le sue galline
ne il suo noce.
Probabilmente non arriverà a veder maturare
il suo granoturco.

Non vedrà più la tomba di sua madre e di suo padre,
dai quali sono andata a cercar conforto
"nonna... nonna aiutami."
E lei mi guardava ed era come guardarsi allo specchio,
sempre più uguale, sempre più lei, di cui conosco solo il volto,
di cui porto il profilo e il giorno di nascita..

Questa volta, è anche peggio delle altre.
E mi fa male questa malattia che uccide.
Mi porta via un affetto caro, un altro zio.
E mi sta lacerando andare avanti verso un'altra fine.



18.5.16

E poi ci sono sere

E poi ci sono sere.
Nere.
In SS, seconda corsia, 110 km/h.

"Mamma, oggi ho fatto un bel lavoretto! Domani lo finisco e te lo porto a casa".
"va bene"
"Mamma, al mio compagno X la maestra ha fatto fare un cuore, così lo porta alla sua mamma che è in ospedale e lo può appendere nella sua camera."
"..."
"Ha detto che domani va a trovarla."
"mm.."
"Mamma..."
"eh.."
"Quando torna a casa la mamma di X?"
"...non lo so amore..."
"... sabato? Domenica? La prossima settimana?"
"...." - lacrime, mie. e discesa in prima corsia.
"Mamma? QUANDO?"
"...non lo so bimba. La mamma di X è molto ammalata."
"e che cos'ha, mamma?"
"Eh nanin, una brutta malattia."
"COSA, mamma?"
"..."
"mamma, cosa..."
"..la stessa malattia che aveva O. ... e che aveva la zia..."
"ah."
"...."
"e com'è che si chiama?"
"si chiama Tumore"
"..."
"Bimba...."
"Parliamo delle ghiande delle Querce, ora?"
"Lo sai che puoi chiedermi qualsiasi cosa, farmi qualsiasi domanda, in qualsiasi momento, vero?"
"si. Parliamo delle Ghiande però ora"

Metabolizzerà.
Arriverà, forse alle tre di notte, a chiedere.
Ma dannazione.
Un'altra mamma, giovane, che lascia tre figli, 10-6-3 anni.
Ecco, non la so metabolizzare neanche io.


16.5.16

oggi mi sento un numero

Mi sono svegliata male, oggi.
Un piccolo seme di malessere, cresciuto con i chilometri e il traffico, ed esploso con la colazione ritardata e tante piccole sciocchezze, divenuto una gigantesca pianta di senape biblica.
E io odio la senape.
Nel pomeriggio sono arrivata a pensare da cosa deriva questo malessere: “mi sento un numero” ho pensato, mentre una vocina dentro di me sogghignava chiedendo “e che numero sei?”.
Sicuramente un numero dispari, ho pensato. Non generosamente divisibile per intero, quindi dispari.
Un bel 7 così spigoloso e irritante. Numero primo. Non mi è mai stato molto simpatico. Probabilmente sono un 7.
Ma anche un 8, anche se non è dispari, mi rappresenta molto, con quelle pance… un otto sdraiato, che diventa un bell’infinito, un bell’ “eterno ritorno” che rovista sempre nella mia vita e ancora e ancora.
Forse un 9, raggomitolato su se stesso e un po’ triste (anche se mi è sempre stato simpatico).
Probabilmente un 1. Solo. Tanto solo. Per sua scelta e per scelta degli altri.
Oggi va così. Mi sento un numero. Per la precisione, il 7.891.
La vocina è esplosa in una fragorosa risata.

Almeno lei.