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28.12.17

2017 - 2018

Mi hanno regalato un anello pentagramma e ora devo imparare di nuovo come si scrive la musica perché ho smesso di cantare, di suonare, di essere quella che ero. E mi manca un po’ chi ero: testarda, che cantava sempre e soprattutto felice. Mi manca la mia felicità sai? Quella spontanea, sempre presente, quella gioiosa e viva, quella che sgorga e rende felice anche chi mi sta attorno. Mi vedo grigia ultimamente e no, non è soltanto perché sarebbe ora di andare a fare la tinta. Mi vedo grigia perché mi sto lasciando scorrere lungo il fiume: tengo il timone e la rotta, direziono anche la barca (e già è un passo avanti rispetto a qualche anno fa), ma non guardo più il paesaggio o lo guardo di rado. Non vedo fiorire i Calicantus, non osservo stupita la neve sui monti, non mi lascio parlare dal vento che soffia. Per fortuna non ho smesso di lasciarmi parlare dal mare, ma siamo lontani e il dialogo è breve e non riesce a dirmi tutto, a tirarmi fuori tutto.

Non fraintendere, ho tantissime cose e ne sono conscia: una casa, un frigorifero pieno, un conto con qualche spicciolo, un marito e una figlia che mi amano, una bella famiglia alle spalle, un lavoro e un ambiente di lavoro che amo nonostante tutto… insomma ho tantissime cose, molte più di tante persone che conosco e non. E allora? Allora questo senso di irrisolto che mi leggo addosso potrebbe sembrare quasi sciocco o sbagliato o irriverente verso chi sta male o non ha tutto quello che io posso fregiarmi con orgoglio di avere.

Però c’è. E’ lì che bussa allo specchio sotto forma di quelle macchie che compaiono quando lo stress mi mangia. “and If you don’t feel good, what are you doing it for?” Niente, non sto facendo niente per trasformare questa stasi. E questo anello ci voleva proprio, perché quando ho aperto la sua scatola è stata come una epifania che ho dovuto elaborare e con la quale non ho potuto scendere a compromessi.

Non ho rimpianti per questo 2017: ha dato, ha tolto, alla fine è stato un anno come un altro.

Non chiedo nulla a questo 2018: darà e toglierà, come tutti gli altri anni.

Chiedo qualcosa a me stessa però:

Vivi e lasciati vivere
Ama e lasciati amare
Canta, appena riesci
Suona, se puoi
Abbraccia sempre una volta in più di quello che vorresti
Ringrazia, per ogni giorno in più che ti è stato dato


Spero di tenerlo a mente ogni giorno.

25.2.16

C'è una cosa di cui non ho parlato, ma è arrivato il momento di farlo.
Questa immagine mi è rimasta dentro e mi scava, lentamente; salta fuori dopo le giornate dure, quando in macchina mancano ancora 30 - 40 minuti ad arrivare a casa e la notte è buia e io non ce la faccio proprio più. Allora salta fuori la tristezza, che chiama con se ricordi tristi, che escono rapidi e in sequenza, come se si fosse aperto il loro personale "vaso di Pandora".

E quando la stanchezza è tanta e la tristezza inzuppa tutto il cuore, allora ricompare quell'immagine.

I primi di settembre, la sera dopo il matrimonio di amici, la corsa verso l'hospice, la zia morta.
Ma non è questo.

Le decisioni da prendere, la scelta dei vestiti, la razionalità che mi guida.
Ma non è neanche questo.

L'attesa, lunga, lunghissima in corridoio per gli ecg obbligatori, la stanchezza della giornata, il silenzio della notte, il saluto nella camera mortuaria.
E non è neppure questo.

La stanza vuota illuminata a giorno, rispetto al corridoio semi buio, che appare dalla porta socchiusa.
Il letto già senza più lenzuola.
E soprattutto,
la finestra aperta.

Eccola.

La finestra aperta, col vento gelido di quella notte che spira in tutta la stanza, che fa roteare e muovere vorticosamente le tende.

I pini che urlano alla loro maniera, con le fronde.

Il vento che corre forte, fortissimo, e sembra risucchiare via le anime di chi non c'è più e che sconvolge l'esistenza a chi c'è ancora.

Quell'immagine lì, che mi ha fatto fermare e dire "se ne è davvero andata".
Quell'immagine lì mi perseguita.

Perché in quella scena vorticosa, non c'è solo mia zia, ma mi appaiono tutti gli altri che non ci sono più e che mi mancano e quando sono triste, li sento ancora di più.

12.10.15

Sabato sera -

Non pensavo si potessero davvero azzerare i pensieri.
Non pensare a nulla e avere il sorriso sulla faccia, guardando il profilo dell'orizzonte sfilare a fianco, sui toni del viola e del blu dopo un tramonto già passato che si tramuta in notte.
Fluire solo con la moto, piegando quando c'è da piegare, frenando quando c'è da frenare, ascoltando le vibrazioni che la strada impone, il rombo del motore e il vento all'interno del casco.

E non pensare
davvero
a niente.

Nulla.

Il silenzio più totale.

La pace dell'anima, della mente, del cuore,
tutto incredibilmente fermo e immobile.

Rilassare i muscoli, le braccia, il viso contratto, il respiro che rallenta tranquillo,la vita che passa sotto i miei piedi una curva dopo l'altra, senza fare male.

Senza dire una parola,
ne con la bocca, ne con il cuore.

11.9.15

Orsina

Dialogo tra l'Orsina e i nonni.

O: Nonni, voi siete vecchi?
N: eh sì Orsina, siamo vecchi.
O: E quindi prima o poi morirete e andrete in Paradiso
N: err... S-sì Orsina, prima o poi.
O: E, nonno, se muore prima la nonna e tu resti da solo, come fai? Trovi un'altra moglie?
N: Nono!!! Mi è già bastata la nonna!!!
O: E, ma non puoi restare da solo! Facciamo così: nonna, aspetti a morire che divento grande così poi faccio io la moglie del nonno e gli tengo compagnia e così lui non è solo?

Orsina, quattro anni.
Ecco come sta metabolizzando lei il lutto.

Quella che stamattina mi ha chiesto "Mamma, che cos'è il destino?"

Chi crede nel destino, figlia mia, crede che le cose che accadano siano già scritte, come in un libro. Per esempio, anche il fatto che noi abbiamo fatto tardi oggi e che tu stai facendo colazione in macchina, anche quello era già scritto sul libro delle nostre vite e non si può modificare.
Alcuni lo chiamano Destino, altri Fato, altri ancora Disegno di Dio.
Lo so che Elsa in Frozen dice "da oggi il destino appartiene a me". E sai perché lo dice? Perché è come se dicesse "da oggi non lascio più che qualcun altro scriva la mia vita. Da oggi le mie scelte, le mie decisioni, il mio ... Destino, lo scelgo da sola". Ecco, la mamma la pensa come Elsa.

8.9.15

Attimi

Entra il fumo acre, aspirato con voglia,
esce tutto il nero stipato nei polmoni.

Respiri profondi per espirare meglio.

Fumo avidamente il mio sigarillo alla vaniglia.
Avidamente elimino ogni dolore, nero, paura.

Resta circoscritto all'attimo,
resta il vizio del momento limitato nel tempo.

Non ci sarà più tardi,
non ci sarà domani.

Per pulirmi l'anima e smuovere ciò che è senza senso,
devo sporcarmi i polmoni di caldo fumo denso.

5.9.15

“Sorseggia la vita senza fretta,
con dolcezza.
Cerca di non sprecarne neanche una goccia
e di bere con un Amico al tuo fianco,
anche se orso
anche se oste.”
05 settembre 2005

Il primo post della Taverna.

Rileggendo i primi post, mi sembra di essere un’altra, di non saper scrivere più così profondamente. Recentemente l’ho pure detto a qualcuno: mi sembra di peggiorare negli anni con la scrittura, non di evolvere.

Ma la Taverna è qui, con 10 anni di storia alle spalle, ed oggi è il suo blog-compleanno!

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Con sommo dispiacere quest’anno non mi sono lasciata interrogare dalla voce della montagna: arrivavo da troppi mesi di tensione e il vento è riuscito solamente a levigarmi e a prepararmi per il mare.

Quest’anno è il mare ad avermi parlato e a lungo.

Un giorno, in particolare, senza sole, con le onde alte; era pomeriggio, ero sola (senza figlia ne marito) in spiaggia e mi sono tuffata lo stesso, nonostante i flutti, insieme a pochi pazzi, ricacciando indietro la domanda “e se ti succede qualcosa e non hai dietro neppure la carta di identità?” tipica da nonna apprensiva.

Sono rimasta lì un’ora buona a lasciarmi trasportare da quella massa potente. Venivo sollevata con i piedi almeno a un metro da terra e non riuscivo a fare altro che ridere come una matta!

All'improvviso mi sono resa conto che la mia vita dell’ultimo anno era stata come essere immersi in quelle onde, con la sostanziale differenza che ho cercato ogni volta di dare spallate invece che adeguarmi al flusso, con la sensazione di essere sola al mondo anche se non lo ero davvero e senza la carta di identità a ricordarmi chi ero in tutto quel trambusto.

Sono finita una volta sott'acqua e ho pensato a quante volte nei mesi ci sono finita, senza respiro.
Ho cercato di uscire dal mare, ma con la sua forza mi risucchiava dentro e per poco non ho rischiato di cadere: sembrava davvero impossibile uscirne sul serio.

E una volta fuori? Ho desiderato subito tornare dentro a quell’agglomerato di potenza e forza e movimento. E ci sono tornata. E in mezzo a quel non essere padrona di me stessa e di dove potevo andare, ridevo come una matta.

E’ inutile pensare di non essere più quella di un tempo: lo sono e non lo sono, come una bottiglia di Sagrantino che invecchia. Se penso a quanto poco posso bere vino ora! Se penso che non potrei proprio! Io, che ho aperto una “Taverna” virtuale dove versare bottiglie di vita! Che Crohn mi abbia influenzata anche in questo senso e il “non bere” fisico abbia influenzato il “non gustare appieno” le bottiglie che la vita mi ha proposto?

E’ inutile pensare di cambiare tipo di vita: posso smussarla e migliorarla in parte, ma è a questa vita che appartengo e che voglio appartenere e devo eliminare i paravento che si sono creati con gli anni per non mostrarmi più angoli bui e anche angoli assolati di questo luogo che è l’essere me.

Si abbandonano passioni, se ne aggiungono di nuove, si coccolano quelle vecchie: vorrei saper tornare a scrivere in versi semplicemente, ma mi riesce così difficile ora… questo sì lo rimpiango, perché vuol dire che non riesco più a sentire il mio cuore dialogare con l’anima, mentre prima mi uscivano versi tipo

“...Colorami di vita...
Che cosa useresti?”

Con la stessa facilità con cui dicevo:

“Chessimangia stassera…
Pizza?”

In realtà, pensandoci meglio non è che non sento più il cuore dialogare con l’anima: è che si è messo di mezzo il cervello!

Ci sono arrivata all'improvviso, ragionando su un discorso fatto con un Ghost Rider incontrato per caso: all'inizio della Taverna per scrivere versi mi bastava staccare il cervello e lasciare libero spazio a cuore e anima, ma ora non più… Il cervello non ne vuol sapere di scollegarsi, vuol dire la sua, vuol dare il suo punto di vista, la sua inquadratura. Ma non mi è impossibile scrivere versi, devo solo lasciare che questi tre amici si accordino sul soggetto, l’oggetto e il punto di vista da prendere, come per fare una bella foto, come per comporre una nuova canzone.

Taverna mia, non sei più il posto delle sole bevute spensierate e ridanciane! Stai diventando il circolo dove fumare un buon sigaro e bere bene, dove ridere ovvio, ma anche dove parlare di cose serie, serissime.

Ti voglio bene. E volendo bene a te scopro di volerne un po’ di più a me stessa e a tutti quelli che hanno lasciato un segno sui tuoi tavoli, sui tuoi bicchieri, e a quelli che incontrerò nuovi e di passaggio, anche se sono sempre meno dato che il web ha altri tempi ed altri spazi rispetto a dieci anni fa.

Che senso hai? Chiedevo qualche tempo fa, data la raccolta di nero che ti accompagnava.
Hai il senso di essere me, di raccogliere tutti i pezzi di me, o almeno di raccogliere quelli che non voglio si perdano nella memoria dei giorni. Hai il senso dell’incontro, della condivisione, del percorso di analisi privato e pubblico insieme. Hai, ancora dopo dieci anni, molto moltissimo senso.

E quindi Prosit! Taverna mia,  Za zdorovie!
E Spasiba, di vero cuore.

Buon viaggio, lacio drom.

Buon viaggio, share the love.

16.6.15

Dimenticare la cartelletta con tutta la propria storia clinica.
Dimenticarla nella farmacia di fronte l’ambulatorio dell’ultima visita in cui ti hanno confermato che sì, sei cronica al quadrato e che sì, sei cronica “strana” che a noi la normalità non piace.
Accorgersene solo perché quelle anime pie della farmacia se ne accorgono e ti telefonano dopo 3 giorni che per grazia ricevuta ci deve essere stato il tuo numero di cellulare da qualche parte lì dentro.

Come lo vogliamo chiamare?

Arteriosclerosi o Rifiuto del riconoscersi come malato?


Adesso ci rido e mi do della “cronica al quadrato”. Ma al momento, scoprire che al mio sistema immunitario oltre che il mio intestino fa schifo anche la mia pelle non è stato molto piacevole…

8.4.15

Post pacco variabile

Ultimamente le cose sono un po' in salita, fisicamente e umoralmente.
Pensavo di aver fatto un passo avanti con il superamento del lutto, invece l'ennesima cattiva notizia mi ha devastata.
In questo caso è una malattia che dura anni, direi decenni, lenta che logora e peggiora invece di migliorare.
Una cosa che si sa, si attende, ci si aspetta.

Ma non si è mai pronti.

Non ci sono momenti migliori di altri, o parole più giuste di altre: non si è mai pronti a sentirsi dire: "sta andando, non lo vedrai più".

Si pensa di avere tempo per tutto: lo farò domani, lo sistemerò domani, ci parlerò domani, lo bacerò domani, gli chiederò se serve aiuto domani.
Domani
domani
domani.

avrò tempo prima che arrivi il temporale.

E invece il tempo non basta mai.

Quanto mi mancano le persone che mi hanno lasciato per sempre?
In questo momento mi mancano infinitamente: per gli occhi che non vedrò, per le parole che non mi diranno, tutto quello che non potrò condividere.

Venerdì santo sono finita in pronto soccorso.
Dall'autoradio, in macchina con Marito, è partita la nuova canzone di Cesare e mi sono messa a piangere, perché non l'avevo ancora sentita e quando era uscita "il comico" nel 2012 l'avevo sentita per la prima volta in macchina con marito in direzione ospedale per il ricovero per Crohn.
Ho pianto, perché sono in un periodo in cui mi risulta difficile scendere a compromessi con la mia malattia e con tutto quello che comporta e invece si torna sempre lì.

All'equilibrio da mantenere, al cerone per nascondere le pieghe del volto crepato, al domani che ci chiama e ci promette che ci sarà ma che in realtà è un bugiardo che non dice se ci sarà esattamente proprio per te.

Ama adesso, vivi adesso e blablabla, quando leggevo cose come questa mi sembravano cose belle ma anche un po' "sciocche". E invece l'adesso è l'unico momento di cui veramente si può avere certezza.

Perché è adesso che ho una vita da vivere, anche nel dolore, ma da vivere tutta.
E non aspetterò domani per dire alle persone a cui voglio bene che le amo.

Non cambierà niente, infondo, non è che le perdite saranno meno dolorose, ma almeno non starò chiusa in una stanza, seduta su una sedia, addolorandomi per tutto quello che avrei potuto fare e dire e abbracciare e che invece non ho fatto
perché
credevo
nel domani.

6.3.15

Stupore

E' stata una settimana lunga e brevissima allo stesso tempo.
Una settimana lavorativamente intensa, densa e a tratti allucinante.
Una settimana di sconvolgimenti dettati dal vento forte e dalla luna piena che ha fatto da calamita a tutti i neripensieri, tirandoli fuori in una volta sola, come un ciclone.

E poi oggi, a tavola, per l'ennesima volta a pranzo per lavoro,
con un vino meraviglioso,
con un ritardo nel servizio di 1 ora,
si è partiti con mille discorsi densi e importanti
discorsi corposi, opinioni cristalline, parole profumate di vita vissuta
e l'Orsa si è sentita bene.

Ma bene bene e "grande", nel senso di "adulta".
Una sensazione strana, specialmente dopo il mare in tempesta di ieri.

Mi sono ubriacata di vita e serotonina.
E, che dire.

UAU.

Così, giusto per continuare la sequenza positiva...
....Qualcuno ha del Sagrantino e dei sigarilli alla Vaniglia?


28.2.14

di uova rotte nel paniere

Ieri sera spesa con la Polletta. Era contentissima di venire, ma poi si è stancata, io pure e sono partiti i capricci (suoi) e il muso duro (mio).
Tornati a casa, ancora con il broncio entrambe, mi aiuta a sistemare la spesa (lei prende le cose dal sacchetto, io le ripongo); indugio un momento di troppo su una confezione e succede l'irreparabile: ha deciso di prendere la confezione delle uova (che non doveva prendere), con tanta, troppa foga. Risultato? La confezione di plastica delle uova sfugge all'involucro di cartone e vola per la cucina scaraventandosi sul pavimento, aprendosi, rimbalzando e eiettando in aria tutte e sei le uova.

Terrore negli occhi della Polletta incredula.
Mamma Orsa che si trasforma in Godzilla.

Che poi lo so che se lascio le uova alla portata di una bimba di 2 anni e mezzo e le uova si sfracellano a terra è ancora colpa mia, che è piccola e tutto quel che volete.

Però ero davvero tanto stanca e mi sono arrabbiata tantissimo, soprattutto perché non avevo voglia di cucinare cose al di fuori della cena già stabilita e anelavo a una dormita colossale.

Ci ho messo un paio d'ore a farmela passare, sapendo di sbagliare anche in questo caso.

Però poi ci siamo chieste scusa a vicenda, guardando il plumcake - esperimento, che lievitava baldanzoso nel forno (delle 6 uova, 1 si è salvata, 1 ha perso l'albume e le altre erano "solo" crepate in modo vistoso).

Questa mattina l'abbiamo mangiato di colazione: era meraviglioso! E ve lo dice una che non ama molto i plumcake!

Così mi è uscita una "perla di saggezza" che ho condiviso subito con la Polletta:

"Vedi", le ho detto "alla fine si sono rotte le uova, ma abbiamo ottenuto un plumcake buonissimo! Sai, bisognerebbe sempre fare così anche nella vita. Succederà che le cose non vadano come vorremmo o vadano proprio male: bisogna cercare di tirare fuori il bello e il buono da ogni situazione!"

Lei mi ha guardata, e mi ha risposto " *munch**munch* si si *munch**munch*", e mi è andato bene così.

Ma ho aggiunto "Questo non vuol dire che la prossima volta devono cadere per terra 6 uova per fare una torta eh!!!".

E abbiamo riso. Tantissimo. : )

31.1.14

E', credo, dalla prima lezione del corso di pasticceria che "scherzo" (ma mica poi tanto), sul fatto che fare davvero pasticceria è un'arte Zen. Ma più le lezioni proseguono e più provo a toccare con mano le ricette e i tempi, più mi accorgo che non è una banalità. Così ieri sera, all'ennesima stoccata tirata a J. quando ci intimava di girare lentamente la glassa, pena antiestetiche bollicine d'aria sul prodotto finito ("Niente da fare, arte Zen anche qui" gli ho detto), lui ha parato il colpo e affondato con un "sì è Zen. Dopotutto è un'intera e intensa scelta di vita".

Colpita e affondata.

Perché che ci fosse un filo rosso che unisse il mio percorso di Taiji a quello di questo corso di pasticceria, proprio, non lo credevo possibile.

Ho addosso un grande senso di disagio per come sto conducendo la mia vita in questi giorni e queste parole hanno colpito nel segno.

Mi aggrappo a questa frase, trovata tempo fa sulla rete, non ricordo neanche dove:

"PEACE.
It does not mean to be in a place where there is no noise, trouble or hard work. It means to be in the midst of those things and still be calm in your heart"                      - unknown - 

(Pace. Non significa essere in un luogo dove non c'è rumore, problemi o duro lavoro. Significa essere nel mezzo di quelle cose e continuare ad essere sereno nel tuo cuore.    - anonimo - )

6.9.13

Otto anni

Otto anni di Taverna.
La voglia di avere tutti i post in formato cartaceo, ma in ordine cronologico crescente resta, ma si assottiglia la fattibilità con il passare del tempo data la titanica impresa.

Dove sono? Dove vado?

Ho passato un mese di agosto bellissimo, divisa tra il mare dell'ultimo paese Veneto e le montagne tanto care: ho fatto fatica a riabituarmi ad una Orsetta e ad un Orso marito 24 h / 24, ma alla fine ho goduto ogni momento.

Anche i momenti di voragine che ci sono stati.

Perché ho riscoperto che ho accanto davvero l'uomo della mia vita, e non è così scontato cancellare la patina della faticosa quotidianità che negli ultimi mesi era diventata opprimente e trovarci motivi di scelta dell'altro diventati più forti, più radicati, più veri di 5 anni fa.

Autunno, ti aspetto, con le tue foglie e i tuoi frutti.




22.10.12

Di Felix, di Orsetta e di sentimenti vari

Sono settimane piene di ogni sorta di sentimenti.


Mi ronzano nel cervello a velocità supersonica e non riesco proprio a sbobinarli.

Come spiegare quello che ho provato vedendo Felix Baumgartner in diretta tv: per chi non l’avesse visto, è quel pazzo sponsorizzato dalla Red Bull & Co. per lanciarsi dalla stratosfera; un’emozione fortissima provata per uno che, a dirla tutta, rischiava la vita per una cosa “stupida”.

Come spiegare l’emozione dolce, duratura e che stordisce, nel guardare i primi “lavoretti” dell’asilo nido dell’Orsetta-cuore-di mamma.

Come spiegare l’emozione silenziosa per la notizia di una perdita. Perché io le amo tutte le mie cancer bloggers e spero di leggerle per i decenni a venire, ma c’è anche la dura realtà di chi non ce la fa, di chi dura a dir tanto tre mesi dalla diagnosi e non riesce neppure a scoprire cosa sia la “blog terapy”. E’ un lutto che mi colpisce come una retta parallela, indirettamente (se preferite), ma che lo stesso mi ha fatto pensare per giorni, perché quando ad andarsene è un genitore, anche se i figli sono grandi, è pur sempre un genitore. E solo adesso che sono madre, mi rendo conto che le parole “se tu continui a vivere lo porterai dentro di te, perché tu sei così anche grazie a lei” sono come acqua su una ferita infetta: non lavano niente, non medicano neppure. Perché quel cordone ombelicale che ci lega alle nostre madri, ai nostri padri, quel cordone che è stato reciso per la prima volta alla nascita e che più volte è stato reciso nella vita (quando abbiamo imparato a camminare, a vestirci da soli, quando abbiamo cominciato a scegliere come vivere, a vivere fuori di casa etc..) in realtà si riformava ancora e ancora, in un’invisibile legame inscindibile neppure dopo la morte.

E’ stato come un deserto.
Come guardare Gerusalemme dal muretto del Dominus Flevit.
Silenziosamente assordante.

Lo so, ci sono le fasi del lutto, piano piano poi ci si convive con il dolore e tutto il resto, ognuno con i suoi tempi, come spiegava bene il libro consigliato dalla Wide, ma penso che in fondo la sensazione costante sia un po’ quella di Baumgartner: un lancio nel vuoto nel quale mi hanno detto che ho assolute probabilità di arrivare alla fine sano e salvo, ma nel quale ci sono io e non loro.

Di certo è che il lancio, prima o poi, finisce.

E lui, nonostante i rischi corsi, è atterrato sano e salvo.

9.2.12

Cose importanti

Ricorderò per tutta la vita la settimana abbondante di co-ricovero con la mia Orsetta in un reparto di pediatria. I volti, la sofferenza, il dolore.

Ecco, io non oso neppure immaginare come debba essere un reparto di pediatria oncologica.

A me non hanno chiesto in prima persona di pubblicizzarlo, ma ritengo di doverlo fare:

la FIAGOP onlus (Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica) organizza a Roma, il 17 e 18 Febbraio 2012, la X Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile. Dal 3 al 20 Febbraio sarà possibile donare 1 euro inviando un SMS al numero 45593 da cellulare personale (TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobie, CoopVoce) – 2 euro chiamando da rete fissa (Telecom Italia, Fastweb, TeleTu) per finanziare il progetto “Supporto Psiconcologico in Pediatria”

Sostieni i bambini e gli adolescenti colpiti da tumore e le loro famiglie!

Potete trovare maggiori informazioni a questi link:
http://www.fiagop.it
http://www.facebook.com/pages/Fiagop-Onlus/245145278881605

E se volete, pubblicizzatelo anche voi.

22.11.11

Ho perso le tue tracce nella neve.
Mi sono voltata a guardarmi alle spalle,
ho alzato la testa per vedermela scivolare addosso
e senza accorgermi erano sparite.

L'orizzone era nebbioso,
non si intravedeva più la pista fresca.

Hai cambiato direzione, amico mio,
o forse l'ho cambiata io.

Probabilmente l'abbiamo cambiata entrambi,
come a quei bivi dove puoi andare
solo a destra o solo a sinistra,
dritto mai.

Ma forse entrambe le strade girano solo attorno all'isolato.

11.11.11

Carissimi, adorati polipetti,
questo è un arrivederci a data da definirsi. Quanto vi ho amati lo sapete benissimo, quanto vi ho coccolati, quanto fortemente vi ho voluti. E' proprio perchè vi amo così tanto che devo rinunciare a voi... Ecco, sembra uno di quei discorsi da adolescenti "ti lascio perchè ti amo troppo", ma in questo caso è davvero così: con l'arrivo dell'Orsetta la vostra incolumità è venuta meno e, complici gli ormoni ballerini e la stagione autunnale, oltre alle sue furbe manine da Houdini, decisamente troppi di voi stavano abbandonando il mio capo.
E' con la tristezza nel cuore che domani andrò a tagliarvi.
Corti.
Sapendo che avrò inevitabilmente la testa a carciofo,
che non mi piacerò,
che ci vorrà del tempo per farmi riconoscere dalla mia bimba.
Aspetterò con gioia il giorno in cui potrò di nuovo avervi con me, lunghi, incredibilmente belli, incredibilmente urticanti, incredibilmente tanti.

15.4.11

Pesata del venerdì:
63,4 kg
93 cm di girombelico

Piccoli fastidi normali durante la gravidanza.
Ma niente di che.

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Finito il corso di training autogeno: ora sono cavoli miei (leggi: è ora di farlo bene anche a casa! E sarebbe anche il caso di farlo 2 volte al giorno, non 1 soltanto).

Forza e coraggio.

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Leggo di amico di amici che non c'è più, scomparso in modo barbaro e incomprensibile.

La mente torna a quello che ho visto io pure là [anche se non proprio là là].
Torna ai volti delle persone
alle divise militari
ai muri.

Questa sera brinderei volentieri al tramonto alla vita di chi ha dato tutto.

Fatelo voi, se potete.

29.9.10

29.9

"Seduto in quel caffè..."

Non c'è niente da fare: mi chiedo quante radio passeranno questa canzone, oggi.

Dieci anni fa sostenevo l'esame di guida per la patente B.
Faceva molto più autunno di oggi: aveva già cominciato a gelare la notte, c'erano molte più foglie gialle e arancioni, ma io indossavo ancora il mio giubbino di jeans.

Ricordo molte cose di quel giorno e ricordo che è stato un giorno di svolta, non per le cose accadute il giorno stesso, ma per quelle che sarebbero avvenute di conseguenza.

29 settembre. E son già passati 10 anni!

9.4.10

di giorni che sembrano notti

Questa mattina ero spalmata sull'asfalto.
Per raccogliermi mi si doveva raschiare con il cucchiaino.

Sono mesi che fisicamente sono uno straccio.
Sono stanca di avere la febbre che sale improvvisamente,
sono stanca di bombarmi di farmaci,
sono stanca di non capire cosa cavolo ho.

Poi leggo altrui sorti, molto peggio della mia e invece di regire crollo.
Piango,
Piangopiangopiango.

E non c'è stato altro da fare se non arrotolarmi sulle gambe del mio paziente Orso-marito, anche se solo virtualmente e sedimentare.

La Wide ha pubblicato una bella poesia di John Keats che vi invito a leggere: personalmente l'ho stampata e ora la porto con me.

A volte la Speranza va invocata, chiamata a gran voce.
A volte, e questo almeno è il mio caso questa volta, bisogna togliersi le bende che ci impediscono di vederla.

Non sto "BENE" nel pieno significato del termine.
Ma sicuramente ho le ferite pulite e ben medicate.

6.12.09

a tutti i miei amici

L'amicizia è una cosa strana. Innanzi tutto è elettiva: ci si trova, ci si annusa, ci si sceglie.
Da bambini forse è più semplice, perchè le "pretese" sono ben poche. Da adulti diventa più complicato: è difficile che qualcuno ti accetti interamente per quello che sei, ma forse è ancora più difficile fidarsi interamente, mettere in mano la tua vita a un altro che non riceve niente in cambio, neppure l'amore, il sesso o la vita di convivenza insieme, il matrimonio.

Per me l'amico è quel qualcuno che ti guarda con gli occhi di chi non ti giudica davvero, anche se le sue considerazioni le fa appieno, perchè servono anche quelle dopotutto.

E' quel qualcuno che sta seduto accanto a te ad elencarti i mille motivi per rialzarti dopo una caduta, ma che ti lascia i tuoi tempi, i tuoi spazi, le tue volontà. Ed è anche quello che si incazza se i tuoi tempi diventano biblici solo per la paura del dolore che un qualsiasi movimento possa causare.
Gli amici sono qualcosa di inaspettato infondo, non trovi? Hanno la presunzione di conoscerti, anche se magari non sei mai stato sincero allo stesso modo con ognuno di loro...Ma l'amicizia è anche presunzione, di avere di sapere di possedere. E questo è anche ciò che logora anche le migliori amicizie.
A volte si trova un amico eterno: qualcuno con cui si fonde l'anima e con il quale, nonostante la vita crei percorsi diversi, si ha un'affinità tale da dare la certezza che nella sua casa ci sarà sempre un posto riservato con il proprio nome.
A volte si è amici di qualcuno con cui non si parla poi molto, ma quando si parla bhe... il vuoto delle assenze è riempito da concetti detti senza supponenza, ma detti solo per affetto. Di questi amici ci si aspetta di essere giudicati, e invece spesso sono quelli che ti danno di più.
A volte ci si fa amico qualcuno che non conosce niente di noi, magari un amico virtuale che a poco a poco acquista una consistenza, un viso e una voce e forse non c'è un amico scelto davvero più di questo.
Eppoi... poi... come dice Jovanotti, "Mi fido di te... cosa sei disposto a perdere?"
L'amicizia non è sempre pulita e che non tradisce mai. Anzi... L'amicizia a volte finisce. E ci si sente come un albero a cui viene reciso un ramo da cui non crescerà più niente. E sale l'odio, causato dall'impotenza di una decisione a senso unico e magari che non si capisce appieno.
A volte infine, ci sono persone che non vogliono proprio essere tuo amico, o che lo sono di comodo; ma di quelli non vale neppure la pena parlare.
Sai, sono giunta alla conclusione che l'amicizia è davvero un groviglio di sentimenti più intricato di un gomitolo lasciato tra le zampe di un gatto.
Ma nonostante i difetti e i problemi, non riesco a non pensare che è bello
tremendamente bello
che sia così.