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28.12.17

2017 - 2018

Mi hanno regalato un anello pentagramma e ora devo imparare di nuovo come si scrive la musica perché ho smesso di cantare, di suonare, di essere quella che ero. E mi manca un po’ chi ero: testarda, che cantava sempre e soprattutto felice. Mi manca la mia felicità sai? Quella spontanea, sempre presente, quella gioiosa e viva, quella che sgorga e rende felice anche chi mi sta attorno. Mi vedo grigia ultimamente e no, non è soltanto perché sarebbe ora di andare a fare la tinta. Mi vedo grigia perché mi sto lasciando scorrere lungo il fiume: tengo il timone e la rotta, direziono anche la barca (e già è un passo avanti rispetto a qualche anno fa), ma non guardo più il paesaggio o lo guardo di rado. Non vedo fiorire i Calicantus, non osservo stupita la neve sui monti, non mi lascio parlare dal vento che soffia. Per fortuna non ho smesso di lasciarmi parlare dal mare, ma siamo lontani e il dialogo è breve e non riesce a dirmi tutto, a tirarmi fuori tutto.

Non fraintendere, ho tantissime cose e ne sono conscia: una casa, un frigorifero pieno, un conto con qualche spicciolo, un marito e una figlia che mi amano, una bella famiglia alle spalle, un lavoro e un ambiente di lavoro che amo nonostante tutto… insomma ho tantissime cose, molte più di tante persone che conosco e non. E allora? Allora questo senso di irrisolto che mi leggo addosso potrebbe sembrare quasi sciocco o sbagliato o irriverente verso chi sta male o non ha tutto quello che io posso fregiarmi con orgoglio di avere.

Però c’è. E’ lì che bussa allo specchio sotto forma di quelle macchie che compaiono quando lo stress mi mangia. “and If you don’t feel good, what are you doing it for?” Niente, non sto facendo niente per trasformare questa stasi. E questo anello ci voleva proprio, perché quando ho aperto la sua scatola è stata come una epifania che ho dovuto elaborare e con la quale non ho potuto scendere a compromessi.

Non ho rimpianti per questo 2017: ha dato, ha tolto, alla fine è stato un anno come un altro.

Non chiedo nulla a questo 2018: darà e toglierà, come tutti gli altri anni.

Chiedo qualcosa a me stessa però:

Vivi e lasciati vivere
Ama e lasciati amare
Canta, appena riesci
Suona, se puoi
Abbraccia sempre una volta in più di quello che vorresti
Ringrazia, per ogni giorno in più che ti è stato dato


Spero di tenerlo a mente ogni giorno.

8.3.17

08/03/2017 - Lettera a mia figlia

Oggi è la festa della donna, ma per me resta “l’anniversario del primo giorno che mi hanno fatto una fotografia del tuo musino, bimba mia, dentro il mio pancione”.
Per la prima volta da quando ho compiuto 18 anni non uscirò a “festeggiare”, anche se non siamo mai uscite proprio l’8.
Penso a te, bimba mia, donna che sarai: che donna sarai? Che donne ci saranno attorno a te?
Lavoro in una officina meccanica, sono da due anni l’unica donna.
Ma qui se lo dimenticano.
Ma questa cosa del dimenticarsi che sono donna  anche se a volte è davvero pesante, un po’ mi fa sorridere, perché con la perdita dell’identificazione del “genere”  si perdono anche le discriminazioni. E i privilegi. Ma mica si può avere tutto! (o no?)
Discriminazioni che ho provato sulla mia pelle come tutte le donne, a volte generate dalle donne stesse ed è questo che fa più male!
Che donna sarai? Cerca di essere una che non discrimina.
Cerca di attorniarti di anime belle: ci sono, fidati, in mezzo alla massa giudicante! Cercale! Sono tesori preziosi, fari dentro i dubbi del nostro sesso.
Fai tuo il “panta rei” che ti insegno da quando sei nata (al di là del successo del momento): tutto scorre, e tutto si lava via; ogni parola, ogni torto, ogni persona che non sa amarti, lasciali andare non trattenerli.
Anche se fanno male.
Ma l’acqua salata del mare cura le ferite e le purifica.
Ti lascio con le parole di Pasolini  “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece”.
Splendi sempre, quando c’è il sole e quando c’è la tempesta: sii una donna dal cuore di acciaio e dall’animo buono che si commuove per un fiore che nasce.
Ti voglio bene, la tua mamma
OrsaLè

8 Marzo 2017

19.10.16

E tu ai sogni ci credi?

"E tu ai sogni ci credi?" Cita una nota pubblicità, da qualche anno.

"Certo, io sì che ci credo ai sogni. Ci credo tantissimo", ha detto l'Orsetta, rispondendo ad alta voce qualche giorno fa, lasciandomi basita.

Basita per la risposta a una domanda che si sente sempre guardando la pubblicità, ma a cui non si da risposta.

Basita per la convinzione con cui ha dato la risposta.

Basita perché mi sono trovata a pensare se io ai sogni ci credo, e ho trovato una risposta dura, come un arido campo desertico in cui passano solo sterpaglie secche portate da un vento troppo forte e troppo freddo.

Che bella la sua età, in cui è più semplice credere ai sogni.
Che triste la mia situazione, in cui la razionalità ha sepolto i sogni sotto strati di asfalto e cemento.

Non è questione di età, ma di stato mentale. Me ne sto sempre più rendendo conto.

E l'Orsetta con le sue zampine piccine, ha scavato nella mia arida terra e ci ha messo un semino. Piccolo piccolo ma forte. E ogni giorno lo annaffia con la sua speranza e la sua fiducia nei sogni.

Chissà che non riesca a tornare a sognare davvero a poco a poco, anche io.



16.9.16

di cori e di cantori

Caro amico/a che leggi la Taverna,
domani sarà un giorno "importante" per me: sarà l'ultima volta che canterò e tu non mi hai mai sentita  cantare, ne mi sentirai mai.

Mi è stato detto "mai dire mai!", ma per me questa è una certezza: domani canterò con IL coro. Quello che mi ha accompagnato per anni, quello che "massì la impariamo subito" "massì inventiamo le seconde voci", quello in cui ho fatto milioni di volte la solista (tirandomela anche un po'), e in cui ho gorgheggiato improbabili e fantastiche seconde voci (tirandomela ancora di più, con fuori i polmoni per sentirmi). Quello con cui abbiamo fatto qualche concerto, preparato a regola d'arte soprani - contralti - tenori.
Quello in cui, ai tempi d'oro, riuscivo a giostrarmi in più di una parte, a seconda delle necessità.

Quello con cui ho portato le chitarre elettriche arpeggiate in chiesa al venerdì santo, e che brividi.
Quello che nei momenti topici aveva il sax come intro.
Quello dei tamburelli per tenere il tempo.

Quello che, al mio di matrimonio, era organo, batteria, chitarre elettriche, tromba e tante magnifiche voci.

Quello che poi, mi sono girata ed eravamo cresciuti.
Quello che quasi tutti abbiamo figliato e abbiamo altri impegni.

Quello che, mi fa male a dirlo, a pensarlo, non tornerà più.
Come del resto la prima giovinezza che diventa ricordo.

Fa male, salutare qualcosa che ti ha dato tanta felicità (tra i ricordi più belli, il concerto fatto una settimana dopo aver scoperto di avere l'Orsetta nella pancia e quello a poche settimane dal termine).

Fa male pensare che, caro amico/a, non potrai mai sentire, davvero, "cosa" eravamo.

Fa male, anche se forse non riesco a fartelo capire.

6.8.16

pronti, partenza....

In questi giorni di corse infinite, prima delle ferie lavorative, ho provato spesso a fermarmi e a cercare un confronto con il mio agosto dello scorso anno.

E' stato strano trovare delle analogie: per molti aspetti della mia vita: in questi dodici mesi ho cercato di migliorare, di cambiare, o di accettare quello che non volevo / non potevo cambiare.

Eppure mi sono trovata ancora a certi bivi e ho scelto ancora la stessa strada, che mi ha portata in un vicolo chiuso.

A cosa è valso impegnarsi allora? Se tanto il risultato è stato lo stesso, a cosa è valso mediare, "lavorare" per migliorare, mettersi in gioco? E' valso il viaggio. E' valso tutti i momenti felici che ho avuto, ogni sorriso, ogni risata. Effettivamente impegnarsi è valso, tanto.

Anche se lo sto dicendo seduta dentro una buca profonda del mio umore blues.

Ho corso talmente tanto che anche il mio corpo, questa sera, di fronte alle mie amate montagne e al mio lago del cuore, si è lasciato andare.

Prendere e lasciare andare,
prendere e lasciare andare.

Essere presi e lasciati andare,
essere presi e lasciati andare.

Dodici mesi di equilibri cercati, creati, voluti.

Oggi mi sono stupita ancora una volta dell'emozione dei miei genitori quando li abbraccio: se penso al fatto che non potrei mai rinunciare agli abbracci di mia figlia, se penso che un giorno questa terribile cosa accadrà, spero che anche lei come me rinsavisca e mi circondi di carezze e abbracci come cerco di fare con i miei.

Ho una valigia di fianco alla porta, domani partirò di nuovo.
Potrei avere sei ore di sonno, ma verranno erose dal tempo per svuotare la lavastoviglie e da quello per chiudere casa: ci sarà tempo, per dormire.

Vado a mettere in carica l'anima e il cuore e poi torno.

Basta poco, giusto il tempo di qualche abbraccio.

Vi voglio bene, anche se siete in pochi.
Vi voglio bene e vi faccio una carezza sul viso.

Buone vacanze!

16.5.16

oggi mi sento un numero

Mi sono svegliata male, oggi.
Un piccolo seme di malessere, cresciuto con i chilometri e il traffico, ed esploso con la colazione ritardata e tante piccole sciocchezze, divenuto una gigantesca pianta di senape biblica.
E io odio la senape.
Nel pomeriggio sono arrivata a pensare da cosa deriva questo malessere: “mi sento un numero” ho pensato, mentre una vocina dentro di me sogghignava chiedendo “e che numero sei?”.
Sicuramente un numero dispari, ho pensato. Non generosamente divisibile per intero, quindi dispari.
Un bel 7 così spigoloso e irritante. Numero primo. Non mi è mai stato molto simpatico. Probabilmente sono un 7.
Ma anche un 8, anche se non è dispari, mi rappresenta molto, con quelle pance… un otto sdraiato, che diventa un bell’infinito, un bell’ “eterno ritorno” che rovista sempre nella mia vita e ancora e ancora.
Forse un 9, raggomitolato su se stesso e un po’ triste (anche se mi è sempre stato simpatico).
Probabilmente un 1. Solo. Tanto solo. Per sua scelta e per scelta degli altri.
Oggi va così. Mi sento un numero. Per la precisione, il 7.891.
La vocina è esplosa in una fragorosa risata.

Almeno lei.

21.10.15

Il mattino e altre perle

Mattina, sempre senza caffè, interno macchina, ore 7.40.
"Mamma, ma tu quando sei nata?"
"Il **/**/****, amore"
"Ah. E prima che nascevi te non C'era niente niente niente e poi Gesù ha creato il mondo e poi ha creato te"
"Errr... sì, non sono così vecchia, ma più o meno è andata così. Ma è Dio che ha creato il mondo, non Gesù."
"No mamma. Il mondo l'ha creato Gesù."
"No bimba, l'ha creato Dio, il papà di Gesù"
"COSA DICI, MAMMA!! È GIUSEPPE IL PAPÀ DI GESÙ!!! DIO È SUO NONNO!!!"
"..........Errr.......... eh bimba è un po' più complicato di così........perché non chiedi alla tua maestra di spiegartelo?"
"..mm... sì. Penso proprio che farò così".

AIUTO. davvero.

5.9.15

“Sorseggia la vita senza fretta,
con dolcezza.
Cerca di non sprecarne neanche una goccia
e di bere con un Amico al tuo fianco,
anche se orso
anche se oste.”
05 settembre 2005

Il primo post della Taverna.

Rileggendo i primi post, mi sembra di essere un’altra, di non saper scrivere più così profondamente. Recentemente l’ho pure detto a qualcuno: mi sembra di peggiorare negli anni con la scrittura, non di evolvere.

Ma la Taverna è qui, con 10 anni di storia alle spalle, ed oggi è il suo blog-compleanno!

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Con sommo dispiacere quest’anno non mi sono lasciata interrogare dalla voce della montagna: arrivavo da troppi mesi di tensione e il vento è riuscito solamente a levigarmi e a prepararmi per il mare.

Quest’anno è il mare ad avermi parlato e a lungo.

Un giorno, in particolare, senza sole, con le onde alte; era pomeriggio, ero sola (senza figlia ne marito) in spiaggia e mi sono tuffata lo stesso, nonostante i flutti, insieme a pochi pazzi, ricacciando indietro la domanda “e se ti succede qualcosa e non hai dietro neppure la carta di identità?” tipica da nonna apprensiva.

Sono rimasta lì un’ora buona a lasciarmi trasportare da quella massa potente. Venivo sollevata con i piedi almeno a un metro da terra e non riuscivo a fare altro che ridere come una matta!

All'improvviso mi sono resa conto che la mia vita dell’ultimo anno era stata come essere immersi in quelle onde, con la sostanziale differenza che ho cercato ogni volta di dare spallate invece che adeguarmi al flusso, con la sensazione di essere sola al mondo anche se non lo ero davvero e senza la carta di identità a ricordarmi chi ero in tutto quel trambusto.

Sono finita una volta sott'acqua e ho pensato a quante volte nei mesi ci sono finita, senza respiro.
Ho cercato di uscire dal mare, ma con la sua forza mi risucchiava dentro e per poco non ho rischiato di cadere: sembrava davvero impossibile uscirne sul serio.

E una volta fuori? Ho desiderato subito tornare dentro a quell’agglomerato di potenza e forza e movimento. E ci sono tornata. E in mezzo a quel non essere padrona di me stessa e di dove potevo andare, ridevo come una matta.

E’ inutile pensare di non essere più quella di un tempo: lo sono e non lo sono, come una bottiglia di Sagrantino che invecchia. Se penso a quanto poco posso bere vino ora! Se penso che non potrei proprio! Io, che ho aperto una “Taverna” virtuale dove versare bottiglie di vita! Che Crohn mi abbia influenzata anche in questo senso e il “non bere” fisico abbia influenzato il “non gustare appieno” le bottiglie che la vita mi ha proposto?

E’ inutile pensare di cambiare tipo di vita: posso smussarla e migliorarla in parte, ma è a questa vita che appartengo e che voglio appartenere e devo eliminare i paravento che si sono creati con gli anni per non mostrarmi più angoli bui e anche angoli assolati di questo luogo che è l’essere me.

Si abbandonano passioni, se ne aggiungono di nuove, si coccolano quelle vecchie: vorrei saper tornare a scrivere in versi semplicemente, ma mi riesce così difficile ora… questo sì lo rimpiango, perché vuol dire che non riesco più a sentire il mio cuore dialogare con l’anima, mentre prima mi uscivano versi tipo

“...Colorami di vita...
Che cosa useresti?”

Con la stessa facilità con cui dicevo:

“Chessimangia stassera…
Pizza?”

In realtà, pensandoci meglio non è che non sento più il cuore dialogare con l’anima: è che si è messo di mezzo il cervello!

Ci sono arrivata all'improvviso, ragionando su un discorso fatto con un Ghost Rider incontrato per caso: all'inizio della Taverna per scrivere versi mi bastava staccare il cervello e lasciare libero spazio a cuore e anima, ma ora non più… Il cervello non ne vuol sapere di scollegarsi, vuol dire la sua, vuol dare il suo punto di vista, la sua inquadratura. Ma non mi è impossibile scrivere versi, devo solo lasciare che questi tre amici si accordino sul soggetto, l’oggetto e il punto di vista da prendere, come per fare una bella foto, come per comporre una nuova canzone.

Taverna mia, non sei più il posto delle sole bevute spensierate e ridanciane! Stai diventando il circolo dove fumare un buon sigaro e bere bene, dove ridere ovvio, ma anche dove parlare di cose serie, serissime.

Ti voglio bene. E volendo bene a te scopro di volerne un po’ di più a me stessa e a tutti quelli che hanno lasciato un segno sui tuoi tavoli, sui tuoi bicchieri, e a quelli che incontrerò nuovi e di passaggio, anche se sono sempre meno dato che il web ha altri tempi ed altri spazi rispetto a dieci anni fa.

Che senso hai? Chiedevo qualche tempo fa, data la raccolta di nero che ti accompagnava.
Hai il senso di essere me, di raccogliere tutti i pezzi di me, o almeno di raccogliere quelli che non voglio si perdano nella memoria dei giorni. Hai il senso dell’incontro, della condivisione, del percorso di analisi privato e pubblico insieme. Hai, ancora dopo dieci anni, molto moltissimo senso.

E quindi Prosit! Taverna mia,  Za zdorovie!
E Spasiba, di vero cuore.

Buon viaggio, lacio drom.

Buon viaggio, share the love.

29.1.15

Puccettino

E' comparso ieri.
Saltellando, nel prato, e spingendosi poi, tutt'altro che pauroso, vicino alla finestra del soggiorno.
Questa mattina l'ho salutato, aprendo la persiana, mentre stava facendo colazione con delle golose bacche rosse.
A mezzogiorno è venuto a tenermi compagnia alla finestra della cucina mentre cucinavo.
Ecco, mi ha rapito il cuore.

Puccettino.

M'è venuto da chiamarlo così,
è un pettirosso di quelli che non vedevo da anni, che mi riportano indietro ai tempi della mia fanciullezza, quando mio padre vangava nell'orto e per tutto il tempo un pettirosso aspettava paziente di trovare tra le zolle di terra un succoso vermiciattolo. Quante volte avrei voluto avvicinarlo! Mai, mai, mai stato possibile. Gli facevo paura.

In questi giorni di febbre da cavallo che ha colpito tutta la famiglia Orsi, Puccettino è un simpatico intermezzo tra un aerosol e una tachipirina.

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Mesi di silenzio.
Mesi pesanti duri e dei quali faccio fatica a parlare.
Ma si riparte, si ricomincia, si va.

28.2.14

di uova rotte nel paniere

Ieri sera spesa con la Polletta. Era contentissima di venire, ma poi si è stancata, io pure e sono partiti i capricci (suoi) e il muso duro (mio).
Tornati a casa, ancora con il broncio entrambe, mi aiuta a sistemare la spesa (lei prende le cose dal sacchetto, io le ripongo); indugio un momento di troppo su una confezione e succede l'irreparabile: ha deciso di prendere la confezione delle uova (che non doveva prendere), con tanta, troppa foga. Risultato? La confezione di plastica delle uova sfugge all'involucro di cartone e vola per la cucina scaraventandosi sul pavimento, aprendosi, rimbalzando e eiettando in aria tutte e sei le uova.

Terrore negli occhi della Polletta incredula.
Mamma Orsa che si trasforma in Godzilla.

Che poi lo so che se lascio le uova alla portata di una bimba di 2 anni e mezzo e le uova si sfracellano a terra è ancora colpa mia, che è piccola e tutto quel che volete.

Però ero davvero tanto stanca e mi sono arrabbiata tantissimo, soprattutto perché non avevo voglia di cucinare cose al di fuori della cena già stabilita e anelavo a una dormita colossale.

Ci ho messo un paio d'ore a farmela passare, sapendo di sbagliare anche in questo caso.

Però poi ci siamo chieste scusa a vicenda, guardando il plumcake - esperimento, che lievitava baldanzoso nel forno (delle 6 uova, 1 si è salvata, 1 ha perso l'albume e le altre erano "solo" crepate in modo vistoso).

Questa mattina l'abbiamo mangiato di colazione: era meraviglioso! E ve lo dice una che non ama molto i plumcake!

Così mi è uscita una "perla di saggezza" che ho condiviso subito con la Polletta:

"Vedi", le ho detto "alla fine si sono rotte le uova, ma abbiamo ottenuto un plumcake buonissimo! Sai, bisognerebbe sempre fare così anche nella vita. Succederà che le cose non vadano come vorremmo o vadano proprio male: bisogna cercare di tirare fuori il bello e il buono da ogni situazione!"

Lei mi ha guardata, e mi ha risposto " *munch**munch* si si *munch**munch*", e mi è andato bene così.

Ma ho aggiunto "Questo non vuol dire che la prossima volta devono cadere per terra 6 uova per fare una torta eh!!!".

E abbiamo riso. Tantissimo. : )

26.11.13

La Brianza è bella.
A volte grigia e plumbea e soffocante.

A volte così piena di colore da lasciare senza fiato, come in giornate invernali come questa, dove il termometro è passato dai -1°C di questa mattina alle 08.00 ai +8°C delle 12.00 fino a una temperatura imprecisata delle 16.30: un cielo terso e il sole che tramonta e tinge di un rosa impossibile da definire e bellissimo le mie amate Grigne colme di neve fresca.

Una sensazione che dura pochissimi minuti, tanti quanti ne mette il sole a scomparire, e allo stesso tempo meravigliosa, perchè ti fa rendere conto di quanto è grande l'immensità di questa Natura che non capiremo mai fino in fondo e ti fa stare zitta zitta, quasi senza respirare, per non rovinare l'attimo e l'adesso.

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Ti penso ogni giorno, Anna.
E questo pensiero è come un'altalena che oscilla tra serenità e dolore - oggi va bene, è dal lato "serenità".

Quante volte ti ho descritto la mia Brianza, in tutte le stagioni, in tutti i climi, in tutti i suoi colori e ogni volta era un cercare di farti capire con pochi caratteri un mondo di emozioni che suscitavano profumi, luci e ombre.

Oggi sono serena, nonostante tutto, e ti penso, leggera.



21.11.13

Wide

Ieri ero persa.
Ho chiamato zia Cris, ho scritto a Giorgia, ho mandato un sms ad Apinaperniciosa.
Non riuscivo neanche ad articolare una frase, un pensiero concreto.
Anna, Annina, Annina mia, Anna, Annina, Annina mia, Anna, Annina, Annina mia, continuavo a ripetere nella mia testa e il magone la faceva da padrone.

Misshajim io pensavo fosse un uomo. L'ho creduto per tanto tempo, tanti anni fa, quando l'esperienza blogger era agli esordi e commentavo molto di più le altrui vicende. Ci siamo incrociati più volte, commentando anche i commenti dell'altro.

Poi Wide aprì il blog e cominciai a seguirlo per caso, per vedere chi era questa che diceva che la sua malattia non era una battaglia da vincere ma una vita da vivere più che si può.

E poi, poi è stata Anna.
Un nome diventato volto con le foto impiccione di faccialibro, una storia fatta concretezza di sguardi e di sorrisi.

Ed arrivò la gravidanza, la maternità e i miei mms pieni di pancioni o di facce strane della Polpetta per farla sorridere.

Ed arrivò la mia degenza ospedaliera, e il suo conforto prezioso nelle notti solitarie e febbricitanti.

Sono arrivata - e ci credo davvero -  a considerarla mia sorella maggiore e non ci siamo mai viste, ma le nostre anime si sono fuse a più punti in qualcosa che - chi non ha avuto un'esperienza blogger così - i più probabilmente non capiranno.

Ieri, dicevo, ero scollegata, in devasto.

E non riuscivo a smettere di leggere i commenti sul blog, sul suo profilo fb, in un loop  imbarazzante.

Poi, la svolta: Orsa, ti stai rendendo conto di quanta è la gente a cui ha donato amore? Pensavi di essere un esserino super particolare per lei, ma ti rendi conto di quante persone sentiva, a quanti scriveva, quanti le volevano un bene dell'anima, a quanti COME A TE ha cambiato la vita? Ti rendi conto della potenza della sua comunicazione che non ha mai voluto essere presa come modello o esempio?

E ora,

E' come se fosse ancora qui con me.

Non è più semplice, non è più facile, non cambia le cose, o forse le cambia del tutto.

e ora, come diceva lei "fila via, c'è tanto da vivere, c'è tanto da fare"

Dal Blog di Widepeak - 17/10/2011
Blog: E allora dimmi, come ti senti?
Io: Mi sento triste.
Blog: E' per la morte di Anna Lisa?
Io: Sì. E' per lei, proprio per lei che sono triste, avrei voluto che vivesse più a lungo. E sono tristissima per chi la ama, per il loro dolore che è inevitabile, che deve fare malissimo.
BLog: E?
Io: E sono triste per me. A differenza delle mie amiche cancer blogger, non ho la sindrome del sopravvissuto, ma quella del prossimo in fila. Non morirò molto diversamente da Anna Lisa, lo sappiamo. In questi giorni è stato inevitabile pensarci più del solito.
Blog: E che pensi di fare?
Io: Niente. Tutto. Vivere. Approfittare di questa fase in cui la malattia non mi devasta ancora con una sofferenza continuativa come è stato per l'ultimo anno e mezzo di Anna Lisa. Approfittare di questa fase di pausa in cui mi curo con la chemio in pillole e sono più libera di muovermi.
Cercare di essere migliore. Accidenti, cercare di essere meno una stronza per le mie figlie.
Blog: Conquistare la santità, insomma.
Io: Non prendermi in giro, blog, lo so che potrebbe capitare a tutti di morire con sta cazzo di tegola in testa di cui parlano gli altri quando cerchi di spiegare cosa significa essere me, ma non è facile.
Blog: …
IO:…
Blog: Lo sai come la penso, no?
Io: Lo so.
Blog: E tra l'altro 'sta cosa di approfittare di tutto deve essere molto stancante.
Io: Sfinente. La settimana scorsa ho dormito continuativamente tutto il tempo.
Blog: Ti fa paura morire?
Io: Ma che ne so. Che ne so, veramente? Ma mi fa paura questa sorta di paralisi dell'anima che a volte mi prende.
Blog: Anche per questo sai come la penso
Io: Sì, la pensi come Anna Lisa, lo so. Pensi che la devo piantare di menarmela e darmi da fare a vivere e a godermi ogni felicità.
Aveva ragione. Aveva ragione.
Aveva ragione lei e anche un'altra amica che ho perso questa estate.
Mi hanno detto pià volte, più volte mi hanno fatto capire di non perdere tempo per le sciocchezze, per le cose che mi fanno arrabbiare che mi fanno stare male.
Blog: E allora?
Io: E allora, va bene. Mi stavo solo lamentando un po'.
Blog sbadiglia.
Io: Okkei. Ho capito. Provo a farmi passare la tristezza. Ma la sofferenza no.
Blog: Non puoi.
Io: Già. Mi mancherà tantissimo. Mi mancherà tantissimo.
Accidenti a me, mi mancherà veramente tanto.
….
Blog: Sai che potresti fare ora? Potresti metterti il grembiule e cucinare qualcosa per le tue figlie, così quando le vai a prendere all'uscita di scuola hai già pronta la merenda.
Io: Voglio rimettermi a dormire.
Blog: No dammi retta, fai qualcos'altro oggi. Magari stasera vai a letto prima, ma adesso mettiti a fare qualcosa per qualcun altro.
Io: Ok. Ci provo.
Ti voglio bene blog. A volte mi sento così sola.
Blog: Lo so. Ma non è mai vero.
Io: Sei fastidioso lo sai?
Blog: Può essere, ma intanto ho ragione io. Fila via. C'è tanto da vivere. C'è tanto da fare.

23.9.12

Sorso di vita

Correva il febbraio 2006.
Un tempo così lontano, così alle spalle che quasi non lo ricordavo più.
Mi arrivarono in dono 3 bottiglie di vino: vino "buono" preso da aziende vinicole e imbottigliato con attenzione; un dolcetto d'alba, che purtroppo non è sopravvissuto al trasloco dalla cantina dei miei alla taverna degli orsi, un barbera che resiste ancora imbottigliato e il vino che ho aperto oggi, un ca' de lion
 
 
VITIGNO E PROVENIENZA UVE: ca’ de lion è ottenuto con uve di un piccolo e vecchio vigneto di proprietà, le cui barbatelle provengono dalla zona francese del borgogna, sulle colline tra Canelli e san Marzano, zona ideale per microclima e terreno.
VINIFICAZIONE: tradizionale con fermentazione del mosto a contatto con le bucce a temperatura controllata.
COLORE: rosso rubino purpureo, con riflessi aranciati
PROFUMO:. persistente, ampio ed etereo, ricco di viola e fiori.
SAPORE: armonico, delicato ed austero

fonte http://www.vinighione.it/cadelion.html

Ho aspettato così tanto ad aprire questa bottiglia che l'ho dimenticata, adagiata nel suo giaciglio, lasciando che il tempo depositasse su di lei anni, polvere, ma non l'amaro delle cose passate creato dalla malinconia, nè l'aceto  delle cattive esperienze. Ha dormito, tranquilla, cullata dalle cose belle, protetta con il suo bel vetro verde scuro, dai raggi del sole che non ne hanno intaccato l'aroma ma ha potuto lo stesso crescere, avviando l'invecchiamento.

Bere questo vino, più di altri, è per me bere un sorso di vita.
La mia.
Vita passata, giorni, mesi, anni, perfino lustri!
Paesaggi, Chilometri, esperienze, volti, sentimenti...tutto racchiuso in un sorso di vino.

27.1.11

novità

Ho preso per la prima volta le misure dell'Attico.

Ad oggi risulta essere....
...83 cm di girovita-all'ombelico!

L'inquilino sta pensando di ingrandirlo un pò... :)

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Sì, sono incinta.
14 + 4 settimana.
E quel piccolo essere lì sotto, che non so ancora se sarà un lui o una lei, mi mangia da dentro e mi svuota di tutte le parole!

Ma sono contenta,
e piena di una serenità così grande
che invece di una taverna, questo luogo potrebbe diventare un solarium.

16.2.09

bacio del diavolo

Mentre vivevo il mio venerdì sera, mentre lo gustavo fino all’ultima goccia, mi sentivo piena di dejavù, quando, tutto d’un tratto non mi è più importato e ho vissuto al presente nel passato.

Locale nuovo, mai visto, ben fatto, ben studiato.
E poi la gente, gente e ancora più gente: facce note, facce già viste, facce vissute per anni in un altro locale ora defunto, in un’altra epoca, in un’altra vita.
Stessa birra, e li brillano gli occhi. Perché non è solo un nome, ne solo un aroma o un colore, ma tutta una serie di emozioni, racconti, vicende: ad ogni sorso spariva un colore e venivo catapultata anni indietro, sempre con la sessa gente, ma come se stessi vivendo un sogno, un ricordo.

L’unica certezza che mi trovavo nel 2009 era la fede che porto all’anulare.

Luci strobo, casse altissime da far ronzare le orecchie e system of a down nelle battute del batterista e negli arpeggi del chitarrista e voce del cantante coperta dal coro del pubblico: seduta, vedevo solo le braccia alzate e lo sguardo compiaciuto del bassista: “Now, what do you own the world? how do you own disorder, disorder” eravamo un urlo unico, carico della tensione della settimana, del risentimento per tutte le situazioni di disagio in cui ci si era trovati, pieni di rabbia inespressa, o anche solamente pieni di fiato per sputare fuori tutta la negatività, fino ad arrivare alla positività finale “When I became the sun I shone life into the man's hearts”.

In quel momento sono tornata al presente. E la Devil’s Kiss è stata apprezzata come condensato di emozioni vive in grado di essere sopportate.

Nessun rimpianto,
solo,
un sorriso agrodolce.

30.10.08

Nuvole basse cariche d'umidità
e prima neve della stagione sulle mie montagnette [1.300 mt].

Voglia di casa, coperta e tazza rossa.

12.9.08

sto invecchiando [ricordo i tuoi occhi e il tuo cuore. e basta]

Nella mia pausa pranzo solitaria, ho ripreso in mano le vecchie foto, che prima o poi dovrei decidermi a catalogare ed archiviare.

Oggi mi sono capitate in mano quelle della gita scolastica in Francia con i loro ricordi e le varie pagine scritte pieni di "se", "ma", "forse" e con una foto dietro la quale ho scritto una dei miei più bei scritti, uno dei pochi che mi permetto di chiamare poesia.

Ricordo l'ora in cui l'ho scritta,
le quattro e mezza del mattino
il luogo solitario in cui mi trovavo,
camera d'albergo in Camargue
i sentimenti che mi avevano spinto a scriverla
una tremenda sbandata per un ragazzo

davanti, naturalmente, foto di questo ragazzo con i capelli rossi, gli occhi verdi, lo sguardo malizioso pieno dei suoi "se", "ma" e "forse".

Ricordo con precisione tutte queste cose e anche il fatto che di lui, un pò, c'eravamo invaghite tutte e che lui dopo la gita, si era messo con la mia compagna di banco, con la quale è stato per parecchi mesi.

Solo che...
ecco..........
Qualcuno,
per favore,
mi può ricordare
come diavolo si chiamava?!

29.7.08

il Matrimonio - il giorno - parte terza

Dopo il canto di ingresso la mamma di Orso sale sul pulpito a fare un discorso per noi sposi e ho tutto il tempo per riprendermi dalle emozioni precedenti, ascoltando le sue parole; guardo i sacerdoti e Lorenzo sull'altare, guardo i girasoli, le rose bianche e le spighe di grano con le bacche rosse, guardo le candele fatte da Elisabetta, guardo i testimoni e guarado il mio quasi marito che ha un sorriso stampato che non gli ho mai visto, sereno, felice, rassicurante come un abbraccio.

Poi la celebrazione continua con il rinnovo delle promesse battesimali.
Le letture, con i lettori felici e un pò tesi:

"wow! Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso delle mie ossa!"

"Quanto sono grandi Signore le tue opere!"

"Non ti lascerò, non ti abbandonerò mai..."

il Vangelo, letto da don Mauro "Non abbiate paura, voi!" seguito dalla bellissima predica di don Luca.

Infine eccoci li, ecco il momento delle promesse matrimoniali! Anche i testimoni vengono chiamati all'altare con lo sguardo rivolto verso di noi e verso la gente, perchè tutti vedano anche loro.

Io accolgo te come mio sposo e con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Temevo di piangere ancora e invece ce l'ho fatta, anche se con la voce tremante, a guardare il mio sposo negli occhi e a dirgli quelle parole.

Poi lo scambio degli anelli e la benedizione agli sposi






eccoci, siamo marito e moglie!

La tensione si alleggerisce e la messa scivola veloce: sono un pò più serena, quando sale sul pulpito il papà di Orso, con un messaggio bellissimo di Elisabetta, che dalla clausura ha voluto esprimerci la sua vicinanza nella lontananza... Altre lacrime su lacrime!

Se la mia truccatrice ci fosse stata si sarebbe messa le mani nei capelli, mentre invece il trucco nonostante il grande pianto, ha retto magnificamente per tutto il giorno! Davvero incredibile...

Poi la messa finisce, con il laudato sii del "forza venite gente", chitarre e batteria! Noi siamo seduti con la schiena girata per guardare [nella mia chiesa il coro è alle spalle in posizione rialzata] e invece cosa succede?? Il prete ci fa girare completamente anche con le sedie, sia a noi che ai testimoni, suscitando l'ilarità generale oltre ai numerosi scatti fotografici!! Finito questo momento di gioia facciamo le firme noi e i testimoni e poi corriamo a fare le foto! Con i preti, in chiesa con i genitori e i testimoni, solo noi due e poi ci prepariamo ad uscire.

Sono tutti lì ad aspettarci, ad aspettare noi e sono una moltitudine!! Usciamo un pò timorosi e veniamo invasi dai coriandoli bianchi e rossi, dalle stelle filanti e... dai mortaretti!! Mamma mia che fumo, che casino!! Poi i testimoni ci portano una bottiglia di spumante e due calici e facciamo il primo brindisi della giornata sotto una pioggia improvvisa di coriandoli a forma di stelle colorate!

Poi i saluti, i baci, gli abbracci, gli amici che non si vedevano anche da anni, gli amici di sempre, i conoscenti, la folla di persone...alla fine non ci si ricorda più chi c'era e chi no, chi si ha già salutato e chi no e alla fine scopro che alcuni non sono venuti a salutarmi per darmi tregua!

Foto, foto, ancora foto e poi, pronti, in partenza per il ristorante!

28.7.08

il Matrimonio - il giorno - parte seconda

Esco dalla camera, sono innegabilmente nervosa.
Dopo aver snocciolato a Cristiano i problemi della giornata appena cominciata, cerca di farmi sorridere e di farmi rilassare. Cominciamo con le foto: prima in soggiorno, poi sulle scale, poi alla specchiera e poi in giardino! Che bellezza, spero siano venute bene! Io giravo veloce pur avendo il tacco e Sara, Carlo ed Elena mi rincorrevano tenendo l'abito e il velo per non farlo sporcare.

Finite le foto, i parenti vanno in chiesa e noi si chiude casa. Diego è già pronto con l'auto e il tempo mi sembra stringere: sto andando a sposarmi!!

Arriviamo alla chiesa e c'è tantissima gente fuori ad aspettarmi. Don Luca esce a salutarci e ad accoglierci e fa entrare tutti. Siamo sul sagrato io e il mio papà. Gli stringo fortissimo il braccio. Poi cominciamo la navata e parte la marcia nuziale con organo e tromba: sono agitata, ho un nodo in gola, e vedo il mio Orso all'altare con un sorriso smagliante e gli occhi luccicanti che brillano solo per me. Non riesco a vedere nessun altro.

Arriviamo all'altare e mi accorgo che mio padre piange...non vuole lasciarmi andare... Orso cerca di tranquillizzarlo, ma non vuole andare a sedersi...piange come un disperato...tutte la compostezza che ha tenuto in questi mesi, si scioglie in un solo attimo lacerandomi il cuore... comincio a singhiozzare anche io, ma riusciamo ad uscire da questa situazione, andando a sederci "ognuno ai propri posti" e ascoltando il canto di ingresso.